Gli attuali eredi dei gloriosi dragamine continuano la loro evoluzione in un’ottica di efficienza e multifunzionalità, indispensabile negli scenari più remoti e complessi.

Nell’ambito della sicurezza marittima contemporanea, poche unità navali risultano tanto discrete quanto decisive ed utili come i cacciamine, eredi diretti delle precedenti unità dragamine.
Invisibili ai sistemi di rilevazione magnetica ed acustica, ma centrali negli equilibri geopolitici, queste navi, rappresentano uno degli strumenti più sofisticati per garantire la libertà di navigazione e la sicurezza delle infrastrutture sottomarine.
Dagli anni Novanta a oggi, la Marina Militare Italiana, oggi guidata dall’Ammiraglio di Squadra Giuseppe Berutti Bergotto, ha sovente impiegato queste preziose unità in scenari complessi: dalla bonifica dei fondali dell’Adriatico dopo i conflitti dell’ex Jugoslavia, fino alle operazioni nel Golfo Persico al termine delle due guerre nell’area. Interventi silenziosi, lontani dai riflettori, ma essenziali per il ripristino delle rotte commerciali e della stabilità internazionale.
Navi invisibili per una guerra invisibile
Oggi l’apposito Comando MARICODRAG, guidato dal Contrammiraglio Cristo Salvatore Traetta con sede a La Spezia, dispone di otto cacciamine della classe “Lerici” e la loro successiva evoluzione classe “Gaeta” e prossimamente “Gaeta II”. Si tratta di unità in vetroresina speciale della lunghezza di circa 50 metri, progettate e costruite dal cantiere italiano Intermarine di Sarzana, prestigiosa azienda del gruppo IMMSI, leader mondiale nel settore e fornitrice anche di numerose marine militari estere, tra cui Stati Uniti (classe Osprey prodotti dalla Intermarine USA), Finlandia, Australia (classe Huon), Algeria, Malesia, Thailandia e Nigeria.
A differenza delle navi da guerra tradizionali, i cacciamine non sono costruiti in acciaio, ma appunto in vetroresina. Questa scelta consente di ridurre al minimo la segnatura magnetica, evitando di attivare le mine. Allo stesso modo, i motori, anch’essi di produzione italiana Isotta Fraschini, sono appositamente progettati per abbattere vibrazioni e rumori e sono sospesi in un’apposita struttura a “culla” indipendente dalla carena. Tutto ciò rende queste unità praticamente “invisibili” ai sensori acustici e magnetici.
È una guerra silenziosa, quella combattuta sotto la superficie del mare, dove la minaccia non è visibile e ogni errore può comportare gravi conseguenze.
L’evoluzione tecnologica: dai palombari ai droni intelligenti
Ogni cacciamine ospita un equipaggio di circa 40 operatori, tra cui palombari della Marina altamente specializzati, addestrati anche nelle critiche acque dello stretto di Stretto di Messina o del Golfo di La Spezia. Un tempo erano proprio loro a intervenire direttamente sugli ordigni, posizionando cariche esplosive con i conseguenti rischi.
Oggi, la tecnologia ha trasformato radicalmente queste operazioni. Grazie a sonar avanzati ad elevatissimo grado di risoluzione, le navi sono in grado di individuare mine ancorate, affioranti o adagiate sul fondale. Ma soprattutto, la neutralizzazione è sempre più affidata a veicoli subacquei filoguidati o autonomi.
Negli ultimi anni, l’introduzione di droni marini e ROV nazionali (Pluto, Pluto Plus e Pluto Gigas) anche dotati di intelligenza artificiale ha segnato un salto di qualità: questi sistemi possono operare fino a 3.000 metri di profondità, ampliando enormemente il raggio d’azione del cacciamine. Non solo sminamento, dunque, ma anche sorveglianza di infrastrutture critiche come oleodotti, gasdotti e cavi sottomarini, sempre più strategici in un mondo altamente interconnesso.
Una scelta strategica italiana
Mentre altre marine europee, come quelle francese e britannica, stanno progressivamente puntando su flotte completamente autonome, senza personale “a bordo”, l’Italia, forte della sua lunga tradizione ed esperienza tecnico-operativa, ha adottato un approccio differente. Infatti, in collaborazione con Leonardo ed Intermarine, sono state ordinate cinque nuove avanzatissime unità cacciamine di oltre 60 metri di lunghezza, con consegne previste a partire dal 2029.
La scelta di mantenere navi con equipaggio riflette una visione operativa precisa: in contesti complessi e incerti, la presenza umana resta fondamentale. Se non si conoscono i limiti di un campo minato, è impossibile stabilire dove far operare in sicurezza i sistemi autonomi. I cacciamine, dunque, non sono destinati a scomparire, ma ad evolversi in piattaforme ibride, capaci di integrare tecnologia avanzata e decisione umana. Ciò proprio come l’evoluzione precedente che, dal dragaggio meccanico operato dai gloriosi dragamine si è passati ai sofisticati cacciamine nazionali (MHC).
Sicurezza globale e rotte commerciali
In uno scenario internazionale sempre più instabile, il ruolo dei cacciamine assume una dimensione strategica globale. Basti pensare ad aree nevralgiche come il Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del commercio energetico mondiale, che oscilla tra il 20% e il 25%.
In caso di crisi, la capacità di bonificare rapidamente queste acque potrebbe determinare la ripresa dei flussi commerciali e la stabilità dei mercati internazionali.
Una presenza discreta, ma indispensabile
I cacciamine non fanno notizia come le portaerei o i sottomarini nucleari. Eppure, rappresentano uno degli strumenti più concreti per garantire sicurezza, stabilità e continuità economica. Operano lontano dai riflettori, in silenzio, ma con un impatto che si estende ben oltre il teatro operativo di riferimento.
In un mondo dove le minacce si fanno sempre più ibride e invisibili, anche la difesa deve adattarsi. E in questa trasformazione, lo “scudo silenzioso” dei cacciamine continua a svolgere un ruolo assolutamente essenziale e decisivo.
dr. Nicola O. Falconi
Il Battelliere, maggio 2026